Passione o distacco? Non fare nulla…

Sia nei sistemi di meditazione yoga che in quelli buddisti è presente l’idea di stimolare un pensiero-antidoto rispetto a una determinata tendenza della mente. Negli Yoga-sūtra (Aforismi sullo Yoga) Patañjali introduce il concetto di Prātipakṣa Bhāvanā (meditazione sugli opposti). Similmente nei sistemi buddisti a una passione viene contrapposta una meditazione che susciti un'esperienza di distacco: se si manifesta attrazione verso il corpo fisico, la meditazione verterà sui diversi gradi di decomposizione del corpo fisico in modo da trasformare l’attrazione in repulsione. Ma è sufficiente: tutto questo? Basta a superare l’ostacolo che l’attrazione rappresenta? Evidentemente no: la passione potrà essere tenuta a bada per qualche tempo, allontanata, ma poi inevitabilmente tornerà. Alla sua base si ritiene vi sia un errore cognitivo fondamentale. Per Patañjali l’errore sta nel prendere ciò che è impermanente e impuro (il corpo) per permanente e puro (il puruṣa, lo spirito). La critica del Buddha è più radicale: l’errore nasce dal considerare ciò che è privo si consistenza intrinseca - quindi vuoto (il corpo) - per qualcosa di esistente in sé, in grado di soddisfare un livello intimo e trascendente dell’esistenza individuale (lo spirito) che in realtà non esiste. Comunque lo si declini filosoficamente, il problema fondamentale è il medesimo in entrambi i sistemi: l’ignoranza, avidyā.   

Nei sistemi di meditazione tantrica viene proposta un’alternativa che consiste nel considerare la passione in modo dinamico, dotata di un pacchetto di energia che è suscettibile di trasformazione. Ad esempio l’attrazione verso il corpo fisico può essere trasformata nel riconoscimento della bellezza dell’esistenza nelle sue infinite forme, una danza di Śiva alla quale possiamo partecipare gustando le passioni, senza negare alcunché. Eppure anche questo tipo di operazione origina dal pensiero dualista: non si nega la passione e tuttavia si desidera andare da un punto X a un punto Y lungo un processo evolutivo che presuppone un certo grado di repulsione. Allora come raggiungere l’equilibrio fra passione e distacco?

L’energia della passione può essere trasformata, la mente del risveglio è perfetta da sé, non occorre aggiungere (o togliere) nulla

Alle più elevate altitudini del volo filosofico che è il sentiero dello yoga nelle sue diverse espressioni (dallo yoga classico a quello tantrico) vi è una specie di autocertificazione della propria natura che è originariamente pura e libera. E non occorre fare nulla per realizzare questa condizione. Già le Upaniṣad affermavano che “questo è pieno/ quello è pieno/ se al pieno sottrai il pieno/ quel che resta è pieno”. Qualunque cosa tu faccia, o non faccia, la pienezza rimane tale: il trascendente è pienezza, l’immanente è pienezza e ogni sottrazione non fa che confermare il dato originario. Abbastanza chiaro? No, non può esserlo. Non deve esserlo! Non puoi afferrarlo con la logica, non puoi dirlo per mezzo delle parole poiché, come afferma Lao-tsu, “il Tao che può essere detto, non è l’eterno Tao”. E allora siamo destinati a rimanere con un pugno di mosche in mano, filosoficamente parlando? Sì, è proprio così. Ma quel pugno di mosche rappresenta la pienezza. Al termine del cammino, come San Paolo del resto, siamo chiamati a mantenere un’attitudine positiva. Lui disse: “Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede”. Noi, in modo forse più rilassato, potremmo dire: “Ho meditato sulla natura autentica, ho mantenuto la fiducia". Ed è proprio in quel mantenere la fiducia che svolgiamo l’operazione fondamentale per il raggiungimento della meta che non è una meta, perché ci siamo già, e che non può essere raggiunta, perché non c’è niente da raggiungere. Un’operazione fondamentale che inizia e termina con il rilassamento di corpo e mente. La precondizione per avviare il processo, talmente paradossale che si contraddice da sé, è il rilassamento. Una mente fiduciosa è una mente rilassata. Una mente che si applica alla meditazione sulla realizzazione delle cose per come sono è una mente dedita a un processo fondamentale di rilassamento. Tornando agli Yoga-sūtra ne ricordiamo un passaggio fondamentale: mediante il rilassamento dello sforzo si realizza la posizione dello yoga (āsana) che del resto viene definita “stabile e piacevole”. Forse in un modo che potremmo trovare ancora più sorprendente (e oscuro) viene detto che mediante questa operazione guidata dal rilassamento si ottiene la cosiddetta “fusione con l’infinito”. E potremmo anche dire con la pienezza, con l’abbondanza. Ma se in questo mucchio di parole apparentemente senza senso, necessariamente prive di senso, perché non possiamo descrivere con chiarezza l’essenza del processo, se in tutto ciò almeno una parola potesse risultare chiara nella sua fondamentale importanza, quella parola sarebbe “rilassamento”.

Diversamente dall’addestramento fisico dove si fanno cose, l’addestramento mentale presuppone un non-fare, un non-agire. Nella palestra della mente non si sollevano pesi mentali, si lasciano andare. Allora si apre la via verso la realizzazione della propria natura autentica e il volto che vediamo riflesso nello specchio è l’immagine del nostro risveglio. E realizziamo infine che non c’è riflesso né specchio, solo la Natura di Buddha che sorride nel vuoto cosmico, illuminando ogni cosa.

 

Meditazione con Daniele: Venerdì 21/22.15 (Online) - Sabato 11.30/12.45 (In presenza - V.le Umbria 36)

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