SUPERARE RABBIA E DELUSIONE

Viviamo un tempo in cui il risentimento, il sentirsi offesi, è divenuto materia prima da monetizzare, trasformando l’emozione in fetta di mercato. È il meccanismo di funzionamento dei social-media quando disfunzionano al punto da promuovere bolle autoreferenziali in cui ci si dà ragione a vicenda - magari inventando mondi che non esistono - e poi cliccandosi, condividendosi, mettendo un like o un cuoricino sotto un post particolarmente indignato e risentito. Pare che sia una specie di tecnica di marketing: si monta una polemica - tecnicamente un flame, parola inglese che significa “fiamma” - e poi ci si indigna, ci si dichiara offesi, infuriati, e così si scatenano le folle di followers che a colpi di commenti altrettanto indignati creano quella bolla - tristemente nota - da cui qualcuno ricava vendita di prodotti o consenso, insomma fatturato economico o politico.

MI chiederete il motivo di questa introduzione: so che come praticanti di meditazione non passate la giornata su Instagram, e che prendete i social per quel che sono, interessanti mezzi di comunicazione che finiscono spesso per comunicare solo con se stessi. Ma immagino che un praticante sia invitato a comprendere come il risentimento nasca, come possa crescere fino al punto di sentirsi incompresi, arrabbiati e offesi. Perché, aldilà delle macchinazione di Facebook e simili, risentimento, indignazione e rabbia sono emozioni che come umani condividiamo, soprattutto in questo periodo. Quindi, come mai il mondo non ci comprende fino a farci sentire pieni di rabbia?

Tempo fa ero a colloquio con una signora che mi confidava di sentirsi talvolta frustrata sul lavoro poiché i suo sforzi non erano compresi. Lei si impegna per migliorare i servizi che il suo ufficio eroga a un certo gruppo di persone, e nonostante questo deve affrontare incomprensioni e lamentele. Si domanda con amarezza come mai il suo impegno non venga riconosciuto. Una situazione nella quale possiamo identificarci tutti, sia che si parli di lavoro, sia che la questione si sposti sul piano familiare, affettivo, di relazione.

Quindi, come mai il mondo non ci comprende? Il problema non è nell’incomprensione del mondo, è nel cercare comprensione dal mondo. Il problema sta nello spostamento dell’attenzione. Mi spiego tornando all’esempio della signora incompresa: tutti i suoi sforzi non dovrebbero avere come terminale quel gruppo di persone. Dal punto di vista pratico, certamente, lei si occupa di quelle persone e cerca di migliorare la loro situazione. Ma dal punto di vista emotivo, mentale e spirituale i suoi sforzi dovrebbero essere diretti verso la divinità che presiede quel genere di attività. Come un musicista che dovrebbe essere attento al suo pubblico mentre in segreto sacrifica ad Apollo o a Sarasvatī; come uno scrittore o un giornalista che dovrebbe occuparsi dei suoi lettori, ma dirigere la sua attenzione in via primaria su Thot, il dio degli scribi, o su Mercurio, il messaggero degli dei. Ma sapete, ora abbiamo smarrito gli dei e ci è rimasto il Messaggero, che è un quotidiano romano...

Forse è vero che i rituali sacri e le divinità tutelari sono il prodotto di filtri culturali e di usanze di altri tempi. Tuttavia - persistente oltre il tempo - esiste una dimensione sacra dell’esistenza sulla quale dovremmo portare la nostra attenzione, qualunque attività noi si svolga, in qualunque relazione noi ci si trovi. Operiamo per rendere sacra la vita, bella e meravigliosa l’esistenza, condividiamo i nostri talenti per progredire verso la bellezza e così facendo sacrifichiamo a quella energia, a quella coscienza, a quella divina presenza che è il terminale ultimo di tutti nostri sforzi.

Se il terminale ultimo dei nostri sforzi è semplicemente e solamente il nostro prossimo, prima o poi saremo delusi. È questo avere smarrito il senso della presenza degli dei nel nostro prossimo il dilemma che dobbiamo risolvere. È questo avere dimenticato la possibilità del costante dialogo che potremmo intrattenere con le forze trascendenti - dialogando con il nostro prossimo - che ha creato la confusione e lo smarrimento in cui ci troviamo. Il prossimo è diventato un profilo utente e le sue emozioni una possibilità di business.

Se queste sono le premesse del nostro agire nel mondo, inevitabilmente la delusione seguirà, "come la ruota del carro segue la zampa del cavallo che lo tira” dice il Buddha nel Dharmapada.

E se potessimo fissare oggi un appuntamento tramite l’applicazione Calendly con Jājñavalkya, probabilmente il maestro citerebbe le sue stesse parole per come appaiono nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, parole in grado di risolvere il dilemma che stiamo affrontando:

“Invero non è per amore della sposa, mia cara, che lo sposo e caro, ma è per amore dell’Ātman che lo sposo è caro; invero, non è per amore della sposa, mia cara, che la sposa e cara, ma è per amore dell’Ātman che la sposa è cara; invero, non è per amore dei figli, mia cara, che i figli sono cari, ma è per l’amore dell’Ātman che i figli sono cari; invero non è per amore della ricchezza, mia cara, che la ricchezza è cara, ma è per amore dell’Ātman che la ricchezza è cara”.

Jājñavalkya prosegue portando altri esempi di come qualunque cosa dovrebbe essere ritenuta cara non per la cosa in sé, ma per via di qualcos’altro - l’Ātman nelle parole del saggio - quel che abbiamo definito qui “dimensione sacra dell’esistenza”. E certo, ci sembrerà strano, ma Jājñavalkya dice - come un moderno coach direbbe a un uomo ricco e potente del nostro tempo - che anche per la ricchezza è così: è cara per via di qualcos’altro. Spostando l’attenzione da dove è generalmente mal posizionata è possibile gustare tutte le cose, poiché “non per amore verso tutto, mia cara, che tutto è caro, ma è per amore dell’Ātman che tutto è caro”. Tutto quello che suscita in noi amore, tenerezza e ammirazione ci è caro poiché rappresenta il nostro indissolubile legame con il piano trascendente. Comprendere questo è la premessa di una vita piena e felice.

E allora vi auguro un sogno così, stanotte, che possiate sognare quella forza di trasformazione che attraversa fuggevole le nostre notti con le sue immagini, sussurrando i suoi simboli:

A volte il coach, l’allenatore - un uomo anziano, anzi l’anziano per eccellenza che nella tradizione ebraica viene chiamato “l’anziano dei giorni” - a volte ci chiude fuori nella notte, fuori dalla nostra zona di abitudine e di conforto. Fuori-fuori!…. Fuori, sotto la pioggia battente, assieme all’immagine di noi stessi che ci siamo costruiti nel corso di un’intera vita: la Storia di Me. Comincia l’allenamento, e non c’è più tempo per crogiolarsi nelle parole, sprecando le ore e immaginando programmi per un futuro che non viene mai. Dobbiamo correre nel silenzio, dentro l’oscurità, faticare, ritrovare la forma. Adesso. Dobbiamo correre incontro alla verità, vincendo tutti gli ostacoli: la Storia di Me, le sue lamentele infinite, le scarpe da cerimonia che portiamo ai piedi, inadatte alla fatica del campo da gioco, una tuta che è un pigiama slabbrato, con l’elastico in vita che non tiene più. E fa freddo, rischiamo un malanno. Ma proviamo uno scatto. E il corpo risponde, si sente un brivido a fendere l’aria così, come una ventata fresca sul viso. È l’accelerazione verso le cose che vengono. Le buone cose in attesa della nostra velocità e del nostro risveglio. E se il coach ci ha compreso veramente, se creando la difficoltà è stato in grado di riaccendere in noi il fuoco della nostra vera natura, allora proviamo una strana leggerezza nella corsa, perché siamo tornati a correre; e proviamo uno strano piacere - una forza che ritorna - nel corpo, il piacere della forza che ci appartiene, perché siamo quel piacere e siamo quella forza, e sperimentiamo una chiarezza inedita nella mente, e siamo chiamati a incarnare quella chiarezza in modo stabile, scoprendo dentro di noi quel che è vero, quel che è autentico, oltre gli ostacoli e le durezze del tempo.

Vi auguro un sogno così, stanotte.